Laboratorio
anno scolastico
2008-2009
Determinazione della presenza di DNA modificato in un campione
di alimento
OGM
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PCR Tecnica di esecuzione della PCR su un campione di mais
L'acido
desossiribonucleico o deossiribonucleico (DNA) è un acido
nucleico che
contiene le informazioni genetiche
necessarie alla biosintesi di
RNA e proteine, molecole indispensabili per lo
sviluppo ed il corretto funzionamento della maggior parte degli organismi
viventi. Dal punto di vista chimico, il DNA è un polimero organico costituito da monomeri chiamati nucleotidi. Tutti i nucleotidi sono costituiti
da tre componenti fondamentali: un gruppo fosfato, il deossiribosio (zucchero pentoso) e una base azotata che si lega al deossiribosio con legame N-glicosidico. Quattro sono le basi azotate che possono essere utilizzate
nella formazione dei nucleotidi da incorporare nella molecola di DNA: adenina, guanina, citosina e timina. La disposizione in sequenza di
queste quattro basi costituisce l'informazione genetica, leggibile attraverso
il codice genetico,
che ne permette la traduzione in amminoacidi. Il processo di traduzione genetica
(comunemente chiamata sintesi
proteica) è
possibile solo in presenza di una molecola intermedia di RNA, generata attraverso la trascrizione
del DNA. Tale processo non genera solo filamenti di RNA destinati alla
traduzione, ma anche frammenti già in grado di svolgere svariate funzioni
biologiche (ad esempio all'interno dei ribosomi, dove l'rRNA ha una funzione
strutturale). L'informazione genetica è duplicata prima della divisione cellulare, attraverso un processo noto come replicazione del DNA, che evita che si perda
informazione durante le generazioni. Negli eucarioti, il DNA si dispone all'interno del nucleo in strutture chiamate cromosomi. Negli altri organismi, privi di
nucleo, esso può essere organizzato in cromosomi o meno. All'interno dei
cromosomi, le proteine della cromatina (come gli istoni) permettono di compattare e
controllare la trascrizione dei geni.
IL DNA fu inizialmente isolato dal biochimico svizzero Friedrich Miescher che, nel 1869,
individuò una sostanza microscopica contenuta nel pus di bende chirurgiche utilizzate. Dal
momento che tale molecola aveva la sua localizzazione nel nucleo, egli la chiamò nucleina. Nel 1919 Phoebus Levene individuò la struttura del nucleotide, composta da base
azotata, zucchero e fosfato. Levene suggerì che il DNA consistesse di un filamento
di nucleotidi legati tra loro attraverso i fosfati. In ogni caso, Levene era
convinto che tale filamento fosse corto e che le basi fossero disposte secondo
un preciso ordine ripetuto. Nel 1937 William Astbury presentò i primi risultati di alcuni studi di FRANCIS CRICK
diffrazione a raggi
X, che dimostrarono
che il DNA ha una struttura estremamente regolare.
Nel 1928, Frederick Griffith scoprì che i caratteri della forma smooth (liscia) di Pneumococcus potevano essere trasferiti alla forma rough (rugosa)
miscelando i resti di batteri smooth morti con batteri rough
vivi. Questo sistema, pur non fornendo nessuna evidenza su quale fosse la
sostanza che determinava il cambiameto, mostrava comunque che qualcosa potesse
trasportare l'informazione genetica dai resti dei batteri morti a quelli vivi.
Si parlò quindi di un principio trasformante in grado di modificare i
batteri vivi. Nel 1943 Oswald Theodore
Avery dimostrò, in
un celebre esperimento insieme a Colin MacLeod e Maclyn McCarty, che il DNA è il principio trasformante alla base di
questo fenomeno. Il ruolo del DNA nell'ereditarietà
è stato dimostrato infine nel 1953 da Alfred Hershey e Martha Chase attraverso un
altro classico esperimento, che dimostrò che il
materiale genetico del fago T2 è effettivamente il DNA.
Il
1953 è anche l'anno in cui, attraverso ulteriori immagini da diffrazione a
raggi X realizzate da Rosalind Franklin, chimica-fisica inglese, James Watson
e Francis Crick
presentarono sulla rivista Nature quello che è oggi accertato come il primo modello
accurato della struttura del DNA,[9]
quello della doppia elica. A disegnarne il bozzetto fu Odile Speed,
pittrice e moglie di Crick. Le evidenze sperimentali a supporto del modello di
Watson e Crick furono riportate in una serie di cinque articoli pubblicati
sullo stesso numero di Nature. Tra questi figurava l'articolo della Franklin
e di Raymond Gosling, che
conteneva i dati di diffrazione a raggi X fondamentali per sostenere il
modello. Tale numero conteneva anche un articolo sulla struttura del DNA
scritto da Maurice Wilkins. Nel 1962, dopo la morte di
Rosalind Franklin (a causa di un tumore provocato, probabilmente, dalle alte
dosi di raggi X a cui si era esposta nel corso dei suoi esperimenti), Watson, Crick
e Wilkins ricevettero congiuntamente il Premio Nobel per la medicina. Dal momento
che la scoperta del modello si basò essenzialmente sui dati di Rosalind
Franklin, ancora oggi esistono pareri molto eterogenei nella comunità
scientifica su chi avrebbe dovuto ricevere tale premio.
JAMES WATSON
In
una importante presentazione del 1957, Crick
propose il dogma centrale della
biologia molecolare,
che fissa le relazioni tra DNA, RNA e proteine. La conferma finale del
meccanismo di replicazione basato sulla struttura a doppia elica fu fornita nel
1958
dall'esperimento di
Meselson-Stahl. Un
successivo lavoro di Crick dimostrò come il codice genetico fosse basato su
triplette di basi non sovrapposte, permettendo ad Har Gobind Khorana, Robert Holley e Marshall Warren
Nirenberg di
decifrarlo. Queste scoperte sono alla base della moderna biologia molecolare.
Il DNA è un lungo polimero costituito da unità ripetute di nucleotidi. La catena del DNA è larga tra i 22
ed i 26 Ångström (da
2,2 a 2,6 nanometri) ed
ogni unità nucleotidica è lunga 3,3 Ångstrom (0,33 nanometri).Sebbene
ogni unità occupi uno spazio decisamente ridotto, la lunghezza dei polimeri di
DNA può essere sorprendentemente elevata, dal momento che ogni filamento può
contenere diversi milioni di nucleotidi. Ad esempio, il più grande cromosoma umano (il cromosoma 1) contiene quasi 250 milioni di paia di basi. Negli organismi viventi, il DNA
non è quasi mai presente sotto forma di singolo filamento, ma come una coppia
di filamenti saldamente associati tra loro. Essi si intrecciano tra loro a
formare una struttura definita doppia elica. Ogni nucleotide è
costituito da uno scheletro laterale, che ne permette il legame
covalente con i
nucleotidi adiacenti, e da una base azotata, che instaura legami
idrogeno con la
corrispondente base azotata presente sul filamento opposto. Il composto formato
da una base azotata legata allo zucchero è definito nucleoside; un nucleotide è invece un nucleoside a cui sono
legati uno o più gruppi fosfato.
La
struttura laterale del DNA è composta da unità ripetute ed alternate di gruppi
fosfato e di 2-deossiribosio, uno zucchero pentoso (a cinque atomi di carbonio) che si lega ai fosfati adiacenti
attraverso legami fosfodiesterici presso il terzo ed il quinto
carbonio; in pratica, ogni molecola di fosfato forma un ponte molecolare
collegando, attraverso legami fosfodiesterici, il carbonio in posizione 3′ di una molecola di deossiribosio
con quello in posizione 5′
dello zucchero successivo. Conseguenza di questi legami asimmetrici è che ogni
filamento di DNA ha un senso, determinato dalla direzione dei legami
fosfodiesterici. In una doppia elica, il senso di un filamento è opposto a
quello del filamento complementare. Per tale motivo, i due filamenti che
costituiscono una doppia elica sono detti antiparalleli. Le estremità
asimmetriche di un filamento di DNA sono definite estremità 5′ (cinque primo) ed estremità
3′ (tre primo). La principale
differenza tra il DNA e l'RNA è lo zucchero pentoso utilizzato: l'RNA utilizza,
infatti, il ribosio.
La
doppia elica del DNA è stabilizzata dai legami idrogeno che si instaurano tra le
basi presenti sui due filamenti. Le quattro basi che sono state individuate nel
DNA sono l'adenina (abbreviata con la lettera A), la citosina (C), la guanina (G) e la timina (T). Adenina e guanina sono
composti eterociclici chiamati purine, mentre citosina e timina sono
anelli pirimidinici.
Esiste una quinta base, di tipo pirimidinico, chiamata uracile (U), ma essa non è di norma
presente nelle catene di DNA. L'uracile è altresì presente nei filamenti di RNA
al posto della timina, da cui si differenzia per la mancanza di un gruppo metile. L'uracile è presente nel DNA solo
come prodotto della degradazione della citosina.
La
doppia elica è una spirale destrorsa. Con l'avvitarsi su sé stessi dei due
filamenti, restano esposti dei solchi tra i diversi gruppi fosfato. Il solco
maggiore è largo 22 Å, mentre il solco minore è largo 12 Å. La
differente ampiezza dei due solchi si traduce concretamente in una differente
accessibilità delle basi, a seconda che si trovino nel solco maggiore o minore.
Proteine come i fattori di trascrizione, dunque, solitamente prendono contatto
con le basi presenti nel solco maggiore.
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a destra, un
appaiamento GC, caratterizzato da tre legami idrogeno. A sinistra, un
appaiamento AT con due legami idrogeno
Ogni
tipo di base presente su un filamento forma un legame con la base posta sul
filamento opposto. Tale evento è noto come appaiamento complementare.
Le basi puriniche formano legami idrogeno con le basi pirimidiniche: A può
legare solo T e G può legare solo C. L'associazione di due basi viene
comunemente chiamata paio di basi
ed è l'unità di misura maggiormente utilizzata per definire la lunghezza di una
molecola di DNA. Dal momento che i legami idrogeno non sono covalenti, essi possono esser rotti e riuniti
in modo relativamente semplice. I due filamenti possono essere allontanati tra
loro, come avviene per una cerniera, sia dalle alte temperature che da un'azione meccanica (come
avviene durante la replicazione del DNA). Conseguenza di questa
complementarità è che tutte le informazioni contenute nella doppia elica
possono essere duplicate a partire da entrambi i filamenti, evento fondamentale
per una corretta replicazione del DNA.
I
due tipi di paia di basi formano un numero differente di legami idrogeno: A e T
ne formano due, G e C tre. Per tale motivo, la stabilità del legame GC è
decisamente maggiore di quello AT. Di conseguenza, la stabilità complessiva di
una molecola di DNA è direttamente correlata alla frequenza di GC presenti
nella molecola stessa, nonché alla lunghezza dell'elica: una molecola di DNA è
dunque tanto più stabile quanto più contiene GC ed è lunga. Un'altra
conseguenza di tale evento è il fatto che le regioni di DNA che devono essere
separate facilmente contengono un'elevata concentrazione di A e T, come avviene
ad esempio per il Pribnow box
dei promotori batterici, la cui sequenza è
infatti TATAAT.
In
laboratorio, la stabilità dell'interazione tra filamenti è misurata attraverso
la temperatura necessaria a rompere tutti i legami idrogeno, chiamata temperatura di melting (o Tm). Quando
tutti i legami idrogeno sono rotti, i singoli filamenti si separano e possono
assumere strutture molto variegate.
La stabilizzazione della
doppia elica, in ogni caso, non è dovuta ai soli legami idrogeno, ma anche ad interazioni idrofobiche e di pi stacking.
Senso e
antisenso
Una sequenza di
DNA è definita senso
se la sua sequenza è la stessa del
relativo mRNA. La sequenza posta sul filamento
opposto è invece detta antisenso. Dal momento che le RNA
polimerasi lavorano
producendo una copia complementare, il filamento necessario per la trascrizione è l'antisenso. Sia nei procarioti
che negli eucarioti vengono prodotte numerose molecole di RNA antisenso a partire dalle sequenze senso.
La funzione di questi RNA non codificanti non è stata ancora completamente chiarita. Si ritiene
che gli RNA antisenso possano giocare un ruolo nella regolazione dell'espressione genica.
Esistono
alcune sequenze di DNA, sia in procarioti che in eucarioti (ma soprattutto nei plasmidi e nei virus) in cui la differenza tra sequenze
senso ed antisenso è meno chiara, dal momento che le sequenze di alcuni geni si
sovrappongono tra loro. In questi casi, dunque, alcune sequenze rivestono un
doppio compito: codificare una proteina se lette in direzione 5'→3′ su un filamento; codificarne
un'altra se lette sull'altro (sempre in direzione 5'→3′). Nei batteri, questa
sovrapposizione genica è spesso coinvolta nella regolazione della trascrizione,
mentre nei virus il fenomeno è dovuto alla necessità di contenere in un piccolo
genoma un'elevata quantità di
informazioni. Un altro modo di ridurre le dimensioni genomiche è quello
individuato da altri virus, che contengono molecole di DNA lineare o circolare
a singolo filamento.
Il
DNA può essere distorto come avviene per una corda attraverso un processo
definito superavvolgimento.
Quando il DNA è in uno stato rilassato, un filamento percorre un giro
completo intorno all'asse ogni 10.4 paia di basi. Se invece il DNA è distorto,
il numero di basi può aumentare o diminuire. Lo stato di superavvolgimento in
cui si trova una molecola di DNA è definito topologia. Se il DNA si avvolge nella
direzione dell'elica, si parla di superavvolgimento positivo, con le
basi strette tra loro in modo più marcato. In caso contrario, si parla di superavvolgimento
negativo. In natura, la maggior parte delle molecole di DNA presentano un
lieve superavvolgimento negativo, introdotto da enzimi definiti topoisomerasi. Questi enzimi sono anche necessari
in processi come la trascrizione e la replicazione del DNA, dal momento che
sono in grado di risolvere gli stress topologici indotti dai processi stessi.
Negli
eucarioti, il DNA è solitamente presente all'interno di cromosomi lineari (circolari nei procarioti).
La somma di tutti i cromosomi di una cellula ne costituisce il genoma; il genoma umano conta circa 3 miliardi di paia di basi contenute in 46 cromosomi.
L'informazione è conservata in sequenze di DNA chiamate geni. La trasmissione dell'informazione
contenuta nei geni è garantita dalla presenza di sequenze di basi azotate
Una T7 RNA polimerasi (blu)
mentre produce una molecola di mRNA (verde) a partire da uno stampo di DNA
(arancione).
complementari.
Infatti, durante la trascrizione,
l'informazione può essere facilmente copiata in un filamento complementare di
RNA. Solitamente, tale copia di RNA è utilizzata per sintetizzare una proteina,
attraverso un processo definito traduzione (o sintesi proteica). In
alternativa, una cellula può semplicemente duplicare l'informazione genetica
attraverso un processo definito replicazione del DNA.
Negli
organismi eucarioti, il DNA genomico è localizzato all'interno del nucleo
cellulare, nonché in piccole quantità all'interno di mitocondri e cloroplasti. Nei procarioti, il DNA è invece
racchiuso in un organello irregolare, privo di membrana, contenuto nel
citoplasma, chiamato nucleoide.
L'informazione è contenuta all'interno dei geni, unità ereditarie in grado di influire sul fenotipo dell'organismo. Ogni gene contiene
un open reading frame (regione in grado di essere
trascritta a RNA) ed una regione regolatoria, costituita sia da un promotore che da enhancers.
In
molte specie, solo una piccola frazione della
sequenza totale di un genoma può essere trascritta e tradotta. Ad esempio, solo
l'1.5% del genoma umano è costituito da esoni codificanti per una proteina,
mentre più del 50% consiste di sequenze
ripetute di DNA non codificante. La ragione per cui ci sia una tale quantità di DNA
non codificante non è tuttora completamente chiara ed è stata definita come enigma del C-value. In ogni caso, le sequenze di DNA
che non codificano per una proteina possono essere trascritte in RNA non codificante, coinvolto nella regolazione dell'espressione genica.
Alcune
sequenze non codificanti ricoprono un ruolo strutturale per i cromosomi. Le
regioni telomeriche e centromeriche contengono solitamente pochissimi
geni, ma sono necessarie per la funzione e la stabilità dei cromosomi.
Nell'uomo, grandi quantità di DNA non codificante si ritrovano negli pseudogeni, copie di geni rese inattive dalla
presenza di una mutazione. Queste sequenze sono considerate come fossili molecolari, anche se esistono
evidenze secondo le quali si può ipotizzare che siano una sorta di materiale
grezzo necessario per la creazione di nuovi geni attraverso i processi di duplicazione genica e di evoluzione divergente.
Un
gene è una sequenza di DNA che contiene le informazioni in grado di influire
sulle caratteristiche del fenotipo
dell'organismo. All'interno di un gene, la sequenza di basi di DNA è utilizzata
come stampo per la sintesi di una molecola di RNA che, nella maggior parte dei
casi, è tradotta in una molecola peptidica.
Il
meccanismo attraverso il quale la sequenza nucleotidica di un gene è copiata in
un filamento di RNA è detto trascrizione ed avviene per mezzo dell'enzima RNA
polimerasi. Il
filamento di RNA può andare incontro a destini differenti: alcune molecole di
RNA hanno, infatti, funzioni di tipo strutturale (come quelle che si trovano
all'interno del ribosoma) o
catalitica (molecole note come ribozimi); la maggior parte degli RNA,
tuttavia, subiscono un processo di maturazione per produrre mRNA, molecole
destinate ad esser tradotte in proteina.
Il
processo di traduzione
avviene nel citoplasma, dove gli mRNA si associano ai ribosomi, ed è mediato
dal codice genetico.
Il ribosoma permette la lettura sequenziale dei codoni del mRNA, favorendone il
riconoscimento e l'interazione con specifici tRNA, molecole che trasportano gli
amminoacidi corrispondenti ad ogni singolo codone.
Il codice genetico consiste di parole di tre lettere
chiamate codoni, costituite dalla sequenza di tre nucleotidi (ad esempio
ACT, CAG, TTT), ognuna delle quali è associata ad un particolare amminoacido.
Ad esempio la timina ripetuta in una serie di tre (TTT) codifica per la fenilalanina. Utilizzando gruppi di tre lettere si possono avere fino a
64 combinazioni diverse (43), in grado di codificare per i venti diversi
amminoacidi esistenti. Poiché esistono 64 triplette possibili e solo 20 amminoacidi,
il codice genetico è detto ridondante (o degenere):
alcuni amminoacidi possono infatti essere codificati da più triplette diverse.
Non è invece vero il contrario: ad ogni tripletta corrisponderà un solo
amminoacido (senza possibilità di ambiguità). Esistono infine tre triplette che
non codificano per nessun amminoacido, ma rappresentano codoni di stop
(o nonsense), ovvero indicano il punto in cui, all'interno del gene,
termina la sequenza che codifica per la proteina corrispondente: si tratta dei
codoni TAA, TGA e TAG.
La replicazione del DNA. La doppia elica è aperta dalle elicasi e dalle topoisomerasi. In seguito, una DNA polimerasi genera un filamento complementare sul filamento veloce. Un'altra DNA polimerasi lega invece il filamento lento, generando segmenti discontinui (detti frammenti di Okazaki) che verranno uniti da una DNA ligasi
La
divisione cellulare, necessaria ad un organismo per crescere, richiede una
duplicazione del DNA cellulare, in modo che le cellule figlie possano avere la
stessa informazione genetica della cellula madre. La struttura a doppia elica
del DNA permette un meccanismo estremamente semplice per la replicazione del
DNA. I due filamenti, infatti, sono separati e da ognuno viene creato un
filamento complementare, ad opera di un enzima chiamato DNA
polimerasi. Con
questo meccanismo, le basi presenti sul filamento figlio sono determinate da
quelle presenti sul filamento parentale: è proprio attraverso questo meccanismo
che le cellule figlie presentano genoma identico alla cellula madre (salvo errori
avvenuti durante il processo, che portano alla comparsa di mutazioni). Tale
tipo di replicazione, che porta a doppie eliche costituite da un filamento
preesistente e uno neoformato è detta semiconservativa.
Per
iniziare la replicazione, occorre anzitutto l'apertura della forca
replicativa,
attraverso la parziale denaturazione del DNA a doppia elica, portata a termine
dalle elicasi e dalle single-strand-binding proteins (SSBPs): le elicasi sono enzimi che separano attivamente
i due filamenti usando l'energia dell'ATP; le SSBPs sono in grado di mantenere la denaturazione
del DNA legandosi esclusivamente alle porzioni a singolo filamento e
stabilizzandole. Nelle molecole di DNA circolari dei procarioti si ha una sola regione di origine della replicazione dalla quale partono due forche
replicative (la struttura prende il nome di bolla di replicazione). Quando le due forche si
incontrano dal lato opposto la replicazione è completata. Negli eucarioti la replicazione di ogni cromosoma
inizia invece in più punti.
Le
DNA polimerasi, enzimi capaci di costruire una nuova catena solo in
direzione 5'-3', sono stati individuati per la prima volta da Arthur
Kornberg, il quale,
grazie ad un suo famoso esperimento, identificò la DNA polimerasi I
in Escherichia coli. La reazione della DNA polimerasi è diretta dallo
stampo, perché produce un nuovo filamento di DNA esattamente complementare
ad uno preesistente che funge, appunto, da stampo. La DNA polimerasi non è in
grado di iniziare la sintesi di un filamento ex novo, mentre può
allungare un filamento polinucleotidico preesistente. In una cellula in
replicazione, dunque, è indispensabile la presenza di un filamento preesistente
(detto primer), che consiste solitamente in un
breve segmento di RNA complementare allo stampo, sintetizzato da enzimi
specifici detti primasi.
Dal
momento che le DNA polimerasi sono in grado di svolgere la loro attività solo
in direzione 5'-3', esse hanno messo a punto diversi meccanismi per copiare i
due filamenti della doppia elica. Un filamento (chiamato filamento veloce)
può essere replicato in modo quasi continuo, man mano che viene esposto,
l'altro (filamento lento) risulta invece disseminato da brevi filamenti
di DNA di nuova sintesi (i frammenti di Okazaki), ognuno dei quali presenta un
innesco iniziale di RNA. I nuovi filamenti devono essere quindi completati
mediante la rimozione degli inneschi da parte di endonucleasi e il riempimento degli spazi
rimasti ad opera di polimerasi di riparazione.
Successivamente tutti questi frammenti di DNA di nuova sintesi del filamento
lento vengono legati dalle DNA ligasi.
Tutte
le funzioni del DNA dipendono dalle sue interazioni con specifiche proteine.
Tali interazioni possono sia essere aspecifiche, sia prevedere un legame
estremamente specifico della proteina ad una singola sequenza di DNA. Sono
numerosi anche gli enzimi che possono legare il DNA e, tra questi, sono
particolarmente importanti le polimerasi che copiano le sequenze nella trascrizione
e nella replicazione del DNA.
Interazione del DNA con gli istoni (in bianco, nell'immagine in alto). Gli amminoacidi basici
di queste proteine (in blu nell'immagine in basso a sinistra) legano in modo
non covalente i gruppi fosfato del DNA, acid (in rosso in basso a
destra).
Le
proteine strutturali che legano il DNA sono esempi delle interazioni
aspecifiche tra DNA e proteine. All'interno dei cromosomi, il DNA è associato a
complessi di natura proteica, che si organizzano tra loro a formare una struttura
compatta chiamata cromatina.
Negli eucarioti, questa struttura presuppone il legame del DNA a piccoli
complessi proteici basici chiamati istoni; nei procarioti, invece, sono
coinvolti diversi tipi di differenti proteine. Gli istoni formano un complesso
a forma di disco chiamato nucleosoma, che instaura interazioni di tipo
ionico (tra i residui basici degli istoni e lo scheletro fosforico acido del
DNA) con circa duecento paia di basi di DNA, che si avvolgono intorno al disco
formando due giri completi, indipendentemente dalla sequenza che li
caratterizza. Questi residui basici possono subire metilazioni, fosforilazioni e acetilazioni: tali modificazioni chimiche
alterano l'interazione tra gli istoni e il DNA, rendendolo così più o meno
accessibile ai fattori di trascrizione e modulando la velocità della
trascrizione stessa. Altre DNA-binding proteins (DNAbp) di tipo
aspecifico, anch'esse presenti nella cromatina, sono le high-mobility
group proteins,
che legano preferenzialmente il DNA ripiegato o distorto. Queste proteine hanno
un ruolo fondamentale nel ripiegamento delle file di nucleosomi e nel loro
impacchettamento all'interno di strutture cromatiniche più complesse.Un
ulteriore gruppo di DNAbp sono le single-strand-binding proteins (SSBP), che si legano
esclusivamente ad una molecola di DNA a singolo filamento. Nell'uomo, la RPA (replication protein A) è il membro meglio caratterizzato
di questa famiglia ed è essenziale per la maggior parte dei processi che
richiedono una separazione della doppia elica, tra cui la replicazione del DNA,
la sua ricombinazione e la sua riparazione.
Queste DNAbp sono in grado di stabilizzare la forma a singolo filamento,
impedendo che la molecola si ripieghi a formare stem loops o venga degradata dall'azione delle
nucleasi.
Il
repressore lambda, con la sua caratteristica struttura elica-giro-elica, legato
al proprio DNA bersaglio
A
differenze di quelle finora presentate, esistono anche numerose proteine che
legano specificamente determinate sequenze di DNA. Quelle maggiormente studiate
sono i fattori di trascrizione (TF), proteine in grado di regolare
la trascrizione. Ognuna di esse si lega ad una o più sequenze specifiche, poste
solitamente nei pressi del promotore di un gene, attivando o inibendo la
trascrizione del gene stesso. Tale processo viene svolto attraverso due tipi di
meccanismo: anzitutto, i TF sono in grado di legare, direttamente o attraverso
proteine adattatrici, la RNA polimerasi responsabile della trascrizione,
localizzandola presso il sito di inizio della trascrizione e favorendone dunque
l'avvio; un'altra modalità consiste nel legame tra i TF ed enzimi in grado di
modulare metilazioni ed acetilazioni degli istoni presenti presso il promotore,
modificando dunque l'accessibilità di quella regione alla polimerasi. Dal
momento che un TF può avere numerose sequenze bersaglio, cambiamenti di
attività di un TF possono avere effetti sull'espressione di migliaia di geni.
Di conseguenza, queste proteine sono spesso i bersagli finali delle
cascate di trasduzione del segnale, che mediano le risposte cellulari
agli stimoli interni ed esterni alla cellula. La specificità dei TF per il DNA
è legato ai contatti multipli che si instaurano tra la proteina ed il solco
maggiore, dove le basi azotate sono maggiormente accessibili.
Le
nucleasi sono enzimi in grado di tagliare filamenti di
DNA, dal momento che catalizzano l'idrolisi del legame fosfodiesterico. Le nucleasi che idrolizzano il DNA
partendo dai nucleotidi situati alle estremità dei filamenti sono definite esonucleasi. Sono endonucleasi, invece, quelle che tagliano
direttamente all'interno del filamento. Le nucleasi più utilizzate in biologia molecolare, dette enzimi di restrizione, tagliano il DNA in corrispondenza
di specifiche sequenze. L'enzima EcoRV, ad esempio, riconosce la sequenza
di sei basi
5′-GAT|ATC-3′ ed effettua il taglio presso la
linea verticale. In natura, questo enzima protegge i batteri dalle infezioni fagiche, digerendo il DNA del fago quando
esso fa il suo ingresso nella cellula batterica Generalmente, le nucleasi di
restrizione riconoscono particolari sequenze nucleotidiche palindromiche, note come siti di restrizione, nelle quali la stessa sequenza si ripete in direzioni
opposte sulle due eliche complementari, e quindi producono dei tagli su
entrambi i filamenti. Tali enzimi sono utilizzati ampiamente nelle tecniche che
prevedono il subclonaggio di DNA all'interno di vettori.
Le
DNA ligasi sono enzimi in grado di riunire filamenti
di DNA precedentemente tagliati o spezzati, utilizzando energia chimica
proveniente da ATP
o da NAD.
Le ligasi sono particolarmente importanti nella replicazione del filamento
lento, dal momento
che esse riuniscono i frammenti di Okazaki in un filamento unico. Esse
rivestono un ruolo importante anche nella riparazione del DNA e nella ricombinazione genetica.
Le
topoisomerasi
sono enzimi che presentano sia un'attività nucleasica che una ligasica. Queste proteine sono in grado di
modificare le proprietà topologiche del DNA. Alcune di esse svolgono
tale funzione tagliando l'elica di DNA e permettendole di ruotare, riducendo il
suo grado di superavvolgimento, per poi procedere alla ligazione delle due
estremità. Altre topoisomerasi sono invece in grado di tagliare l'elica e far
passare attraverso il sito di rottura una seconda elica, prima di ligare il
filamento spezzato. Le topoisomerasi sono necessarie per molti processi che
coinvolgono il DNA, come ad esempio la replicazione del DNA e la trascrizione.
Le
elicasi sono proteine in grado di
utilizzare l'energia chimica
presente nei nucleosidi trifosfato, soprattutto ATP,
per rompere i legami idrogeno che si instaurano tra le basi azotate,
permettendo l'apertura della doppia elica di DNA in singoli filamenti. Questi
enzimi sono essenziali per la maggior parte dei processi biologici che
coivolgono enzimi che richiedono un diretto contatto con le basi del DNA.
Le
polimerasi sono enzimi che sintetizzano catene
polinucleotidiche a partire dal nucleosidi trifosfato. Esse funzionano aggiungendo
nucleotidi al 3′-OH del precedente nucleotide presente
sul filamento. Come conseguenza di ciò, tutte le polimerasi lavorano in
direzione 5′->3′. Nel sito attivo di questi enzimi,
il nucleoside trifosfato si appaia ad un nucleotide presente su un filamento
usato come stampo: ciò permette alle polimerasi di sintetizzare in modo
accurato filamenti fedelmente complementari agli stampi. Le polimerasi sono
classificate sulla base del tipo di stampo che utilizzano.
La
replicazione del DNA richiede una DNA polimerasi DNA-dipendente, in grado cioè di realizzare una
perfetta copia di una sequenza di DNA. L'accuratezza è fondamentale in questo
processo, motivo per cui molte di queste polimerasi presentano anche
un'attività di proofreading (dall'inglese, correzione di bozze). Esse sono infatti in grado di rilevare un
errore di appaiamento (o mismatch)
tra basi azotate ed attivare un'azione 3' o 5' esonucleasica per rimuovere la
base scorretta. Nella maggior parte degli organismi, le DNA polimerasi
funzionano all'interno di un più ampio complesso proteico definito replisoma, che consiste anche di numerose
subunità accessorie come ad esempio le elicasi. Le DNA polimerasi RNA-dipendenti sono una classe di polimerasi
specializzate nella sintesi di una copia di DNA, usando come stampo un
frammento di RNA. Tra di esse figurano la trascrittasi inversa, un enzima virale coinvolto
nell'infezione dei retrovirus, e
la telomerasi, necessaria per la replicazione dei
telomeri. La telomerasi è una polimerasi
inusuale, dal momento che contiene una sequenza stampo di RNA all'interno della
propria struttura. La trascrizione è invece svolta da RNA polimerasi DNA-dipendenti, che legano il DNA presso il promotore di un gene e separano i due
filamenti. Successivamente, l'enzima genera una molecola di mRNA fino al raggiungimento del terminatore, dove si interrompe la trascrizione
e l'enzima si distacca dal DNA. Come avviene per le DNA polimerasi
DNA-dipendenti, anche queste polimerasi operano all'interno di un ampio
complesso proteico, composto di molecole accessorie e regolatorie.
Ricombinazione
geneticaUn filamento di DNA solitamente non interagisce con altri segmenti di DNA e, nelle cellule umane, i differenti cromosomi occupano addirittura regioni separate del nucleo (territori cromosomici).[111] Tale separazione fisica è fondamentale per permettere al DNA di essere un archivio stabile e sicuro dell'informazione genetica. L'interazione tra diversi segmenti di DNA è invece possibile e frequente attraverso il fenomeno del
La
ricombinazione consiste di una rottura e successiva riunione di due cromosomi
(M ed F) a produrre due cromosomi riarrangiati (C1 e C2).
crossing-over,
che permette la ricombinazione genetica attraverso la
rottura di due eliche, lo scambio di segmenti tra di esse ed il
ricongiungimento finale. La ricombinazione permette ai cromosomi di scambiare
informazioni genetiche e produrre nuove combinazioni di geni, con il risultato
di aumentare l'efficienza della selezione naturale e di facilitare l'evoluzione
di nuove proteine. La ricombinazione genetica può anche essere coinvolta nella
riparazione del DNA, in particolare come risposta cellulare in seguito a
rotture a doppio filamento. La principale forma di crossing-over
Un
filamento di DNA solitamente non interagisce con altri segmenti di DNA e, nelle
cellule umane, i differenti cromosomi occupano addirittura regioni separate del
nucleo (territori cromosomici).[111] Tale separazione fisica è
fondamentale per permettere al DNA di essere un archivio stabile e sicuro
dell'informazione genetica. L'interazione tra diversi segmenti di DNA è invece
possibile e frequente attraverso il fenomeno del crossing-over, che permette la ricombinazione genetica attraverso la rottura di due
eliche, lo scambio di segmenti tra di esse ed il ricongiungimento finale. La
ricombinazione permette ai cromosomi di scambiare informazioni genetiche e
produrre nuove combinazioni di geni, con il risultato di aumentare l'efficienza
della
Struttura di una giunzione di Holliday, intermedio di una reazione di ricombinazione genetica. I quattro singoli filamenti di DNA sono colorati di rosso, blu, verde e
giallo.
selezione naturale e di facilitare l'evoluzione di nuove proteine. La
ricombinazione genetica può anche essere coinvolta nella riparazione del DNA,
in particolare come risposta cellulare in seguito a rotture a doppio filamento.
La principale forma di crossing-over cromosomico è la ricombinazione omologa, nella quale i due cromosomi
coinvolti condividono sequenze molto simili. Le ricombinazioni non omologhe,
invece, possono essere dannose per la cellula, perché in grado di produrre traslocazioni cromosomiche e anomalie genetiche. La reazione
di ricombinazione è catalizzata da enzimi noti come ricombinasi. Il primo passaggio del processo di
ricombinazione consiste nella rottura a singolo filamento provocata da una
endonucleasi o da un danno al DNA. Una serie di passaggi successivi, in parte
catalizzati dalla ricombinasi, porta all'unione tra due eliche attraverso la
formazione di una giunzione di Holliday, nella quale un segmento a singolo
filamento di ogni elica è appaiato al filamento complementare presente
sull'altra elica. La reazione di ricombinazione è quindi interrotta dalla
rottura della giunzione e dalla re-ligazione del DNA così ottenuto. L'esistenza
della giunzione di Holliday è stata dimostrata da fotografie al microscopio
elettronico di molecole di DNA in ricombinazione.
Il
DNA contiene l'informazione genetica che permette a tutti gli organismi viventi
(esclusi i virus, la cui ammissibilità tra i viventi è tuttavia ampiamente
dibattuta) di funzionare, crescere e riprodursi. In ogni caso, non è stato
ancora chiarito in quale momento della storia della vita
il DNA abbia assunto tale ruolo fondamentale. È generalmente accettato dalla
comunità scientifica, infatti, l'ipotesi
che il DNA non sia stato il primo acido nucleico ad essere utilizzato dai
viventi: tale ruolo spetterebbe infatti all'RNA. L'RNA potrebbe aver giocato un
ruolo centrale del metabolismo cellulare ancestrale, dal momento che può avere
sia un ruolo nella conservazione dell'informazione genetica, sia uno catalitico
(ad esempio attraverso i ribozimi), sia
uno strutturale (all'interno dei ribosomi). Il mondo a RNA, basato su
un unico tipo di molecola avente funzioni genetiche, catalitiche e strutturali,
potrebbe avere avuto un'influenza sullo sviluppo dell'attuale codice genetico,
basato proprio su quattro nucleotidi. Tale numero potrebbe essere un
compromesso tra la necessità da una parte di ridurre la quantità di basi
possibili, per migliorare l'accuratezza della replicazione, e dall'altra di
aumentarla, per incrementare l'efficacia catalitica dei ribozimi.
In
ogni caso, non esistono prove evidenti di questo sistema genetico ancestrale,
dal momento che è impossibile recuperare DNA dai fossili. Ciò è dovuto al fatto
che il DNA può sopravvivere nell'ambiente per meno di un milione di anni e, se
in soluzione, si degrada rapidamente in piccoli frammenti. Sebbene ci siano
stati diversi annunci di scoperte di DNA antichissimo, tra cui quella relativa
all'isolamento di un batterio vivo da un cristallo di sale risalente a 250
milioni di anni fa, queste affermazioni sono ancora controverse e oggetto di
discussione
La
moderna biologia e biochimica fa un uso intensivo del DNA. Con il termine di DNA
ricombinante ci
si riferisce a segmenti di DNA realizzati e assemblati artificialmente. Essi
possono essere inseriti all'interno di organismi viventi sotto forma di plasmidi o mediante altri tipi di vettori.
Gli organismi così prodotti sono detti geneticamente modificati e possono essere utilizzati per la
produzione di proteine ricombinanti, necessarie per la ricerca biomedica, o
per le coltivazioni agricole.
La
medicina forense
si serve del DNA, generalmente isolato dal sangue, dalla pelle, dalla saliva, dai capelli e da altri tessuti e fluidi
biologici, per identificare i responsabili di atti criminosi, come delitti o
violenze. Il processo utilizzato è il fingerprinting
genetico: tale
tecnica consiste nel comparare la lunghezza delle sezioni variabili del DNA
ripetitivo, come le
short tandem repeats ed i minisatelliti, che possono risultare molto
diverse tra un individuo e l'altro. La comparazione tra due campioni di DNA in
esame, non si basa perciò sull'analisi di tutta la sequenza
desossiribonucleotidica, ma solo su tali sezioni. Infatti, due individui non
legati da rapporti di parentela hanno in comune ben il 99,9% di sequenza di DNA. Tale
metodo è solitamente molto affidabile, anche se a volte l'identificazione dei
criminali può risultare complicata qualora la scena sia contaminata dal DNA di
diverse persone. Questo metodo, sviluppato nel 1984 dal genetista britannico Sir Alec Jeffreys,[ fu usato per la prima
volta nel 1988 per incriminare Colin Pitchfork.
Nella pratica attuale, spesso i sospettati sono invitati a fornire un campione
di DNA per il confronto con eventuali reperti biologici presenti sulla scena
del delitto. Il fingerprinting genetico può essere utilizzato anche per
identificare le vittime di incidenti di massa.
La reazione a catena della polimerasi (in inglese: Polymerase Chain Reaction), comunemente nota con l'acronimo PCR, è una tecnica di biologia molecolare che
consente la moltiplicazione (amplificazione) di frammenti di acidi
nucleici dei quali si conoscano le sequenze nucleotidiche iniziali e terminali. L'amplificazione mediante PCR consente di ottenere
in vitro molto rapidamente la quantità di materiale genetico necessaria per le
successive applicazioni.Tale metodica fu ideata nel 1983 da Kary B. Mullis il quale
ottenne, per questo, il premio Nobel per la chimica (1993).
Meccanismo di funzionamento
Schema delle
fasi di una PCR:
1. Denaturazione
2. Annealing
3. Allungamento
4. Termine del ciclo
La PCR ricostruisce in vitro uno specifico passaggio
della riproduzione cellulare: la ricostituzione (sintesi) di un segmento
di DNA "completo" (a doppia elica) a partire da un filamento a
singola elica. Il filamento mancante viene ricostruito a partire da una serie
di nucleotidi (i "mattoni" elementari che costituiscono gli acidi nucleici)
che vengono disposti nella corretta sequenza, complementare a quella del DNA interessato.Questo processo viene svolto in natura da
enzimi chiamati DNA-polimerasi, che sono
in grado di sintetizzare progressivamente un nuovo filamento di DNA nelle
seguenti condizioni:
·
il segmento da ricostruire può
essere soltanto prolungato, ovvero non è possibile sintetizzare un nuovo
filamento a partire da zero;
·
devono inoltre essere rispettate
opportune condizioni di temperatura, pH, ecc.
È possibile quindi ricostruire le condizioni che
portano alla formazione dei nuovi segmenti di DNA, ponendo in soluzione:
Per avviare la reazione della polimerasi (fase di prolungamento
del filamento a partire dal primer 5’) è prima necessario provvedere
alla separazione dei filamenti del DNA (fase di denaturazione), quindi
alla creazione del legame tra i primer e le regioni loro complementari dei
filamenti di DNA denaturati (fase di annealing). Questo processo risulta
però incompatibile con la DNA polimerasi umana, che viene distrutta alle
temperature necessarie alla denaturazione (96-99 °C).
Per ovviare a questo inconveniente si fa ricorso alle
polimerasi appartenenti a organismi termofili che non sono inattivate dalle
alte temperature, ad esempio la Taq
polimerasi proveniente dal batterio termofilo Thermus
aquaticus. Ciò consente di realizzare più cicli
di PCR in sequenza, in ciascuno dei quali viene duplicato anche il DNA
sintetizzato nelle fasi precedenti, ottenendo una reazione a catena che
consente una moltiplicazione estremamente rapida del materiale genetico di
interesse.
Il ciclo descritto viene ripetuto generalmente per
circa 20-30 volte. In genere non si superano i 50 cicli in quanto ad un certo
punto la quota di DNA ottenuto raggiunge un plateau. Ciò avviene, ad
esempio, per carenza degli oligonucleotidi usati come inneschi o per
diminuzione dei dNTP. Bisogna inoltre considerare che si potrebbe amplificare
in maniera eccessiva anche eventuale materiale genomico contaminante.
Allestimento di una PCR
Prima di effettuare questo tipo di
analisi bisogna sapere…….
Non è consentito nell’area
di lavoro : mangiare, bere, fumare e applicare cosmetici. Si raccomanda
fortemente di indossare guanti e occhiali di protezione.
Gli studenti devono
lavarsi le mani con sapone prima e dopo l’esercitazione. Nell’ eventualità uno
dei reagenti dovesse andare negli occhi di uno studente , lavare accuratamente
per 15’. Sebbene il colorante Fast-blast non sia tossico è necessario indossare
i guanti di lattice per non macchiarsi le mani durante la colorazione del gel.
E’ necessario indossare il camice o altri indumenti protettivi.
Si
utilizzano pipette a volume variabile da
2-20 µl e da 20-200 µl da 100-1000 µl con puntali adattabili. Pipette
Pasteur sterili graduate da 50 µl fino a 1000 µl, la pipetta DPTP è tarata per
la misurazione di questi volumi, per volumi superiori a questi sono richieste
più misurazioni.
Il
materiale in esame in questa tecnica viene usato dopo essere stato pestato e
macinato in un mortaio con pestello. A
questo scopo bisogna utilizzare il materiale assolutamente pulito ed esente
dalla presenza di sostanze chimiche che potrebbero interferire con la PCR.
L’attrezzatura va sciacquata con candeggina al 10% che rimuove completamente
qualsiasi traccia di DNA. L ’attrezzatura deve essere risciacquata molto
accuratamente per eliminare tutte le tracce di candeggina, ripetendo
l’operazione per la preparazione di ogni campione.
Il problema di questa parte dell’esperimento è la quantità e
la qualità del DNA estratto dal campione di cibo. L’affidabilità
dell’estrazione del DNA dal campione riguarda il tipo di cibo preso in
considerazione, infatti alcuni cibi danno una migliore resa di DNA estratto e
migliori risultati della PCR e sono perciò consigliati (grano fresco, papaya
fresca,pane di grano, farina di grano, dolci, farina di soya=più indicati ). I
cibi in cui l’affidabilità è meno alta ,la PCR
produce nastri più deboli.Per poter riscontrare la presenza di OGM si
sconsiglia l’utilizzo di grano, farine e fette biscottate , riso ,frutta e
vegetali che quasi certamente (in base alle normative vigenti) risulteranno
negativi . gli alimenti dove è più probabile riscontrare la presenza di OGM
sono soia , mais e derivati e papaya.
Bisogna ricordare che le postazioni di lavoro delle varie
fasi ,devono essere diverse e lontane una dall’altra; quando si è
utilizzato pestello e mortaio devono
essere subito lavati con candeggina e risciacquati molto accuratamente, i
puntali ,le pipette monouso devono essere posti in beker contenenti candeggina
in modo da distruggere il DNA residuo o eventuali contaminazioni da parte dei
reagenti. Dobbiamo ancora ricordare di stare attenti alla contaminazione, usando
puntali nuovi ad ogni passo e chiudere con il tappo le provette a meno di non
dover aggiungere dei reagenti.
La matrice di InstaGene è una sospensione caricata
negativamente,contenente perline microscopiche che legano cationi bivalenti
come il Magnesio (Mg), è importante rimuovere i cationi bivalenti dall’estratto
di DNA perché questi aiutano gli enzimi che degradano il DNA. Quando le cellule
sono lisate e portate a 95°C per 5’, in presenza del reagente InstaGene i cationi
bivalenti si separano dalle cellule e si legano alle perline e il calore
inattiva gli enzimi DNA- degradanti. Le perline
sono raggruppate dalla centrifugazione e il surnatante, che contiene il
DNA genomico pulito e intatto, può essere usato come sagoma nelle reazioni PCR.
Le perline nell’InstaGene devono essere
separate velocemente dalla sospensione. È quindi estremamente importante che la
provetta della matrice sia mescolata completamente prima di pipettare la
quantità utilizzate per ciascuna postazione di lavoro in modo che ognuna di
esse contenga la stessa quantità di perline. Se i campioni di DNA non sono sottoposti ad amplificazione entro
24h, possono essere immagazzinati in frigorifero per una settimana. Per periodi
più lunghi, mettere i campioni nel freezer per prevenire la degradazione del
DNA. Prima che i campioni siano usati per la PCR le perline
devono essere separate con la centrifugazione prima che siano effettuate le
reazioni della PCR.
E’ estremamente importante che le perline si appallottolino
insieme al lisato e che si separi prima della reazione della PCR. L’agglomerato
di perline lega e rimuove i cationi bivalenti che sono essenziali per l’azione
della Taq polimerasi. Infatti se alcuni agglomerati dovessero essere presenti
durante la reazione della PCR, questa potrebbe non verificarsi. La matrice
InstaGene può essere efficacemente separata grazie alla centrifugazione a 6000
giri per 5’ e subito dopo il surnatante deve essere separato attentamente senza
che le perline si rimescolino.
Il master mix è una miscela di nucleotidi, dNTPs , tampone e
Taq polimerasi del DNA. La miscela
pronta per l’uso è preparata aggiungendo gli inneschi solo prima dell’uso.
Aggiungendo 20 µl della maschera a 20 µl della miscela master mix ,tutti i
componenti necessari alla reazione della PCR sono presenti (40 µl di miscela). Si ricorda che una volta
preparata questa miscela va posta in ghiaccio e utilizzata entro 30’-1h al
massimo. Questi reagenti sono molto sensibili.
Le miscele di innesco (primers) sono colorate e sono
compatibili con la reazione PCR, il colore consente di visualizzare facilmente
e distinguere master mix diverse, inoltre il colore migra durante
l’elettroforesi effettuata su gel, rendendo più visibili le bande.
La tecnica della PCR può essere effettuata con il
termociclatore o a mano, ma , in questo caso, potrebbe non essere efficace. Per
l’amplificazione della PCR le provettine tappate e sigillate con una goccia di
petrolio minerale, per evitare l’eventuale evaporazione, devono essere poste a
bm per tempi ben determinati e a determinate temperature.
|
Temperatura |
Tempo |
|
95°C |
1’ |
|
59°C |
1’ |
|
72°C |
2’ |
Questi cicli vanno ripetuti 40 volte con un tempo totale di
3h circa. Utilizzando un termociclatore è sufficiente impostare lo strumento ,
introdurre le provettine ed avviare il sistema e attendere che i cicli siano
compiuti.
L’amplificazione della PCR avviene in un termociclatore che
compie dei cicli in cui si alternano
fasi di temperature alte a fasi di temperature più basse, tutte per tempi ben determinati. Questa esercitazione è
composta da tre cicli: il DNA è sottoposto a denaturazione a 94°C per 1’;
ricombinazione a 59°C per 1’; e l’estensione a 72°C per 2’. Questi cicli devono
essere ripetuti 40 volte durante l’amplificazione della PCR. Durante la
denaturazione il DNA si separa nei due filamenti in modo da consentire
l’accesso ai primers (nucleotidi) della
PCR. Durante la fase della ricombinazione, i primers della PCR riconoscono e si
legano al filamento (maschera). Quando i primers sono legati, la Taq polimerasi
attiva la fase di estensione nella quale il frammento del DNA viene replicato.
La reazione della PCR può essere completata
approssimativamente in 3,5h.
Le provette per la PCR sono molto piccole e devono essere maneggiate
con cura. E’ importante chiudere completamente la provetta con il tappo prima
di porla nel termociclatore, in quanto la soluzione contenuta nel suo interno
potrebbe evaporare impedendo l’amplificazione. Non è necessario l’utilizzo di
olio nelle celle termiche o nelle provette dei campioni. Le celle sono
costituite per provvedere ad un contatto uniforme di calore con un volume
standard di 200µl contenuto nelle provette della PCR. Non usare volumi di 500 µl nelle provette PCR con
questi cicli termici. Il coperchio mantiene i campioni riscaldati ad una
temperatura più alta del blocco campione durante tutti i cicli termici. Questo
non permette al vapore acqueo di condensarsi sotto il tappo della provetta,
riducendo così l’evaporazione e eliminando la necessità di utilizzare l’olio
come sigillante.
L’efficacia dell’amplificazione della miscela di master mix e
DNA genomico decresce con una incubazione prolungata. Se i campioni da sottoporre alla amplificazione
sono un certo numero, si consiglia di tenere a bagno in ghiaccio, le provette
per non più di 1h prima dell’inizio dei cicli.
I frammenti di DNA amplificati da promotori 35S e da terminator NOS sono rispettivamente 203 e 225 coppie di basi (bp). Il prodotto generato
dalla PCR è il gene photosystem II di 455bp.Per i nastri di questa grandezza devono essere
utilizzati , per l’elettroforesi, o il gel di agarosio al 3% oppure di
polyacrylamide al 10%. In entrambe i casi sono mezzi che consentono eccellenti
risultati, anche se le strisce di polyacrylamide sono più fragili , possono
permettere, peraltro , una migliore separazione delle bande similari ottenute
da test su alimenti contenenti entrambe i promoter CaMV35S (203bp) e NOS
terminator (225bp), come nella papaia modificata geneticamente.
A tutti i campioni
sottoposti ad amplificazione devono essere aggiunti 10 µl di colorante arancia
G. Questo colorante è miscelato a glicerolo , la sua funzione è di rendere
colorato il materiale , non interferisce con la striscia e migra allo stesso
modo del campione. Il glicerolo, invece,
ha la funzione di appesantire il materiale in esame aumentandone la densità e
in questo modo lo fa ben aderire al gel di supporto.
se si usa il gel di agarosio per l’elettroforesi, il
colorante arancia G non è visibile durante la migrazione. Su gel di
poliacrylamide l’OGM rosso è l’unico visibile durante la migrazione elettroforetica anche se è stato aggiunto il
colorante arancia G.
L’
uso dell’Etidio- Bromuro per colorare la striscia
Questa tecnica è ottimizzata per l’uso del colorante Fast
Blast DNA , non è tossico, e colora in modo sicuro. L’Etidio- Bromuro è il
colorante tradizionalmente usato per visualizzare il DNA è più sensibile del
Fast-Blast e da buoni risultati sulle strisce di gel. È riconosciuto che
l’Etidio Bromuro è un mutageno e sospetto cancerogeno, richiede l’uso della
luce UV per visualizzare il DNA. Uno svantaggio dell’uso dell’EB è che ,essendo
più sensibile del FB, i risultati ottenuti dalla colorazione delle strisce
migrate sul gel possono essere confuse con quelle colorate con FB. L’EB se utilizzato
su strisce di agarosio deve avere una concentrazione di 0,05 µg/ml. Questa
concentrazione produce il massimo del contrasto delle bande di amplificazione.
N.B.= la striscia
colorata dopo elettroforesi va lavata in due vaschette con acqua calda
Esaminare il controllo OGM negativo come se fosse la prova,
se il risultato non è difforme dall’aspettativa , non vi è stata
contaminazione. In ogni caso bisogna considerare che il cibo non OGM nella
maggior parte delle Nazioni può avere valori di OGM dall’1 al 5% , valori
questi, riportati sull’etichetta. La prova della PCR è abbastanza sensibile per
scoprire questi bassi livelli, i test per stabilire la percentuale di OGM nel
cibo possono essere effettuati nei laboratori in tempo reale.
Evidentemente non sono state applicate tutte le norme di
sicurezza e prevenzione della contaminazione.
E’ possibile che siano stati commessi degli errori durante
l’estrazione del DNA dal cibo campione, questo si può verificare ripetendo la
procedura. Bisogna sempre ricordare che questo Kit è ottimizzato per la PCR su
papaia, mais e soia da cui l’estrazione di DNA è migliore. Da altri tipi di
cibo questa, risulta difficoltosa e talvolta inefficace.
Tecnica
di esecuzione della PCR su un campione di mais
Estrazione
del DNA
Materiale occorrente:
vetreria e strumenti
reagenti
Procedimento
In ogni rispettiva provettina
porre: 500 microlitri di Insta-gene e aggiungere 50 microlitri di campione
( OGM?, OGM+, OGM- )
- microcentrifuga