SUL DESCO DEI MERCANTI

Il vino scorre in abbondanza, ma la sua qualità è ben superiore ai vinacci della plebe, e meno dannoso per il fegato e per la mente. Se poi il nobiluomo voleva far colpo sugli ospiti poteva far servire anche qualche piatto di pesce, con una salsina adatta. Di certo su quella ricca tavola non trovavano più posto per le spezie orientali, come la noce moscata, i chiodi di garofano, la cannella: il grande aumento dei traffici commerciali rendeva ormai quegli alimenti molto diffusi, quindi a buon mercato, quindi per niente chic. Piuttosto poteva essere molto elegante offrire ai proprio ospiti una tazza di cioccolata ben zuccherata, che poteva aggiungersi a qualche dolce a base di frutta. E così, mentre Padre Cristoforo saliva verso la dimora del ribaldo che si rimpinzava e i suoi confratelli a mensa mangiavano, come poveri contadini del paese, una zuppa che li avrebbe aiutati a tirar sera (limitandosi però a bere, quando c’era, un solo bicchiere di vino), qualche ricco mercante a Lecco o a Milano non stava certo a perder troppo tempo a tavola.

Al più si sarebbe rifatto la sera, per cena. Certo, non sarebbe stata una cena “da nobili”, ma non tanto per questioni economiche, quanto per questioni pratiche: mangiar troppo, con troppi grassi, rischia di infiacchire, e una classe rampante ha bisogno invece di essere agile e pronta allo scatto. Ma di certo era una cena varia e sufficiente. Inoltre in tavola non mancava mai il pane bianco, quello buono, fatto col frumento. Già, perché il mercante di cui parliamo viveva in città, e questo rappresentava un grosso vantaggio dal punto di vista alimentare. Oggi siamo soliti cercare nelle campagne il cibo “genuino”, facendo la gioia di tanti ristoratori che ci servono con rurale cordialità surgelati provenienti dalla Scandinavia. La plebe, finché era sparsa nelle campagne, non era un problema sociale; ma la plebe riunita nelle città, pronta a far tumulto in periodi di carestia, era una delle preoccupazioni costanti delle autorità.
 
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Cucina barocca