UNIVERSITÀ E RICERCA: IL NUOVO RINASCIMENTO
Cataldo Doria, 40 anni, è originario di Taranto. Da 15
anni in America, professore
associato della «più antica università americana»,
dirige anche la
Divisione trapianti al Jefferson Medical College di Philadelphia. In Italia
dal 1999 al 2003 è stato uno dei fondatori e direttore dell’Unità
operativa
di chirurgia dei trapianti degli organi addominali dell’Istituto Mediterraneo
per i Trapianti e le Terapie ad Alta Specializzazione (ISMETT) di Palermo,
nato da una partnership tra il governo italiano e la University of Pittsburgh
Medical Center. Qualche mese fa il professor Doria ha accettato di diventare
cittadino americano.
Va bene, bisogna ammetterlo, Dr. Doria, l’America Le ha offerto
molto di
più che l’Italia. Nel 2002 le riviste «Who’s Who
in America» e «Who’s Who
in Medicine and Health care» hanno pubblicato la sua biografia. Privilegio
riservato veramente a poche persone, tra cui Bill Clinton. È per questo
che Lei ha deciso di prendere la cittadinanza americana? E ora che è
cittadino
americano, pensa di aver tagliato per sempre il cordone ombelicale
con l’Italia e che quindi non c’è più spazio per
Lei qui?
Ho deciso di diventare cittadino americano perché vivo e lavoro in
questo
Paese da 15 anni e mi pare sia giunto il tempo di assolvere ai miei doveri
civici, primo tra tutti quello di contribuire, nel mio piccolo, ai risultati
elettorali.
Insomma, è una questione di coerenza. Io, però, continuo a sentirmi
italiano al 100% e ciò per me è motivo di grande orgoglio.
Ci faccia una descrizione precisa di quello che Lei sarebbe
oggi in Italia e
di quello che invece è in America.
Sinceramente, non lo so quello che sarei oggi in Italia. So
che la spinta finale
alla partenza dall’Italia l’ho avuta quando ho iniziato la specializzazione
in chirurgia generale, a Perugia. Mi facevano fare il ferrista ed i miei
colleghi più anziani, sino a quelli del quinto anno di specializzazione,
facevano
praticamente la stessa cosa. Non mi fraintenda, io ho un grandissimo
rispetto per la professione del ferrista, però in tutta onestà
mi aspettavo
un programma formativo diverso… Oggi a Philadelphia sono un professore
associato in una delle università più antiche e prestigiose
d’America, il
Jefferson Medical College dove dirigo la Divisione dei trapianti di organi
addominali con una media di 150 trapianti e centinaia di interventi resettivi
di fegato, pancreas e vie biliari all’anno. Il mio team è composto
da tre
chirurghi, me incluso, e da un giovane in formazione. Sono, inoltre, responsabile
di numerosi progetti di ricerca clinica e di base, tra questi ultimi
in particolare vorrei citare uno studio condotto in laboratorio che volge
all’identificazione di una cura contro il cancro del fegato.
Come e quando è nata la Sua collaborazione con le università americane?
Da studente di medicina del quarto anno scrissi una lettera, di mio pugno,
al
Prof. Thomas Starzl della University of Pittsburgh rivelandogli il mio sogno
di diventare un chirurgo dei trapianti. Coltivavo questa passione «dall’età
della
ragione», quando agli inizi degli anni Settanta gli unici due canali
televisivi
italiani trasmettevano, non-stop, in bianco e nero, notizie riguardanti Christian
Barnard che a Città del Capo, in Sud Africa, eseguì il primo
trapianto di
cuore. Quella notizia lasciò un segno indelebile nella mia memoria.
Fu in quella
circostanza che capii che cosa avrei voluto fare nella mia vita professionale
e da quel momento in avanti utilizzai tutte le mie energie per perseguire
questo
obiettivo. Finita l’università il chirurgo con cui preparai la
mia tesi di laurea
mi incoraggiò a partecipare ad un concorso per l’assegnazione
di una borsa
di studio bandito dall’università di Perugia per trascorrere
un periodo di perfezionamento
all’estero. Una volta arrivato a Pittsburgh, il prof. Starzl mi assegnò
ad un programma di ricerca sul trapianto di intestino tenue, a conclusione
del quale mi venne offerto di completare la mia formazione chirurgica
con un periodo di super-specializzazione in chirurgia dei trapianti degli
organi
addominali. Fu in questa circostanza che conobbi il prof. Ignazio Marino i
cui insegnamenti furono decisivi alla definizione delle mia tecnica operatoria
e di gestione di un centro trapianti. Due anni dopo venni assunto dalla University
of Pittsburgh dove sono rimasto sino al 2003 quando accettai di trasferirmi
a Philadelphia alla Thomas Jefferson University.
Siamo però alle solite: lo Stato italiano forma professionalità
di alto livello
e l’America se le prende. Sempre più spesso capita che direttori
di progetti
di ricerca stranieri vengano nelle nostre università a cercare la collaborazione
di giovani laureati italiani. E sovente accade che il prestito si trasformi
in contratto a vita, sia perché i ricercatori non trovano più
spazio nei centri
di ricerca italiani, sia perché, tornando qui, rimangono delusi per
le carenze
organizzative e strumentali dei laboratori di ricerca. È così?
Il nostro Paese esporta talenti al pari di tanti altri prodotti di alta qualità,
che
solo gli italiani sono in grado di produrre, e che siamo usi ritrovare all’estero
quando ci rechiamo in vacanza o per lavoro in altre Nazioni. Sono solo
i migliori, però, che riescono ad affermarsi in Paesi altamente competitivi
come ad esempio l’America. La libera circolazione dei talenti è,
quindi,
un valore aggiunto per l’Italia in quanto nel nostro Paese, essendocene
in eccesso, non tutti potrebbero avere lo spazio necessario per potersi esprimere
al massimo nelle loro rispettive potenzialità.
Lei ci ha provato a tornare? E come è andata?
Sì ricordo diversi episodi in cui sono stato contattato dall’Italia,
tutti risoltisi
con esito negativo… In particolare ne vorrei citare un paio abbastanza
singolari. Il primo risale al febbraio del 2004, quando, durante un incontro
tenutosi nell’ufficio di un politico italiano alla presenza di un cattedratico
della locale università, quest’ultimo mi fece notare che il problema
principale
nel disegnare una strategia che avrebbe consentito un mio rientro in
Italia era legato al fatto che i rappresentanti del mondo accademico italiano
«erano lì da 600 anni». Devo confessarle che tale affermazione
mi colse
di sorpresa. Tuttavia, mi fu subito chiaro il messaggio: negli ultimi 600
anni le posizioni accademiche italiane si sono tramandate al pari di una dinastia
reale – per nascita, insomma, non per merito…
Il secondo è veramente molto recente e risale a circa un anno fa quando
sono
stato invitato a discutere di un progetto per la realizzazione di un nuovo
centro trapianti dall’Assessore alla Sanità di una Regione italiana
che non
nomino. Dopo un viaggio intercontinentale e diverse ore «di macchina»
sono
rimasto in una sala di aspetto per circa cinque ore per poi sentirmi dire
che l’Assessore non mi avrebbe ricevuto per insorti impegni urgenti…
Rientrato in America non sono più stato contattato. L’aspetto
più doloroso
di queste vicende, e di quelle che non le ho raccontato per non annoiarla,
è
che, tutte le volte, mi hanno fatto sentire nella posizione di chi cerca di
ottenere
un favore od una cortesia che in realtà non merita o che non è
in grado
di gestire. Mi spiego meglio, e penso di poter parlare a nome di tutti gli
italiani che come me sono diventati dei professionisti di grande successo
all’estero
e che hanno subito lo stesso tipo di umiliazioni, noi non chiediamo
nulla, siamo tuttavia nella posizione di offrire qualcosa e vorremmo semplicemente
essere trattati con dignità ed essere di aiuto per il Paese.
Ci descriva bene che cosa ha perso l’Italia con la Sua partenza:
ieri od oggi.
L’Italia ha perso uno dei suoi talenti, un chirurgo ed un ricercatore
che vive
e pratica la chirurgia dei trapianti con una modalità diversa da quella
che
si applica normalmente in Italia. L’Italia, tuttavia, non ha perso un
italiano.
La sindrome dell’emigrante, caratterizzata prima dalla nostalgia
per il
Paese natio, e poi dal rimpianto, una volta tornati alle origini, delle nuove
realtà faticosamente conquistate e in cui ci si cominciava ad identificare,
ha preso tutti gli emigranti di prima generazione, quelli cioè che
sono stati
costretti ad andarsene via per vivere. Mi sono sempre chiesta se gli emigranti
di seconda generazione, in genere professionisti appagati e di successo,
soffrano della stessa sindrome.
È vero, nelle trascorse quattro generazioni il nostro Paese è
passato dall’esportazione
della manovalanza a quella dei cervelli. Mio nonno, ad esempio,
emigrò negli Stati Uniti per fare il muratore: io, invece, qui faccio
ben altro.
Siamo alle solite – ogni Paese esporta ciò che non riesce a gestire…
Per contro
oggigiorno i Paesi dell’Africa, Medio-Oriente ed est Europa esportano
verso l’Italia
quella stessa manovalanza che fuggiva dalla nostra terra per un problema di
sopravvivenza.
Questa è la storia dei flussi migratori. Ma in fondo la differenza
tra questi due grossi
gruppi di emigranti in un certo senso non è poi così marcata.
Nel nostro caso, infatti, sono
state la fame intellettuale e le opportunità presenti in Paesi come
l’America a metterci
in un aereo ed a farci volare via da casa. Casa, però, rimane sempre
l’Italia e quindi
per rispondere alla sua domanda, noi emigranti dell’ultima generazione
siamo affetti dalla
stessa sindrome dei nostri nonni.
Tornando al Suo lavoro: quanti trapianti ha fatto fino ad oggi?
Complessivamente ho eseguito più di 400 trapianti di organi addominali
come primo operatore, ai quali vanno aggiunti altri 300 circa in cui ho partecipato
come aiuto all’intervento chirurgico. Questi trapianti riguardano
fegato, rene, intestino e pancreas in riceventi adulti e pediatrici. All’attività
di trapianto ho sempre associato la chirurgia oncologica resettiva di fegato,
pancreas e vie biliari per un totale di altri 1000 interventi di questo tipo
come
primo operatore e 200 come aiuto.
I pazienti sono solo americani o vengono anche dall’Italia?
Assolutamente no. I miei pazienti vengono da diversi Paesi del mondo, Italia
innanzitutto, perché sono italiano – ritengo – e per un
passaparola tra
pazienti, ma anche da Medio Oriente, Sud America e Filippine, solo per citarne
alcuni. Purtroppo, però, non posso aiutarli tutti perché una
legge federale
americana mi impedisce di trapiantare più del 5% del mio volume
totale per anno di pazienti non-cittadini rispetto al numero complessivo di
trapianti. Gli italiani che vengono a Philadelphia lo fanno perché
sono stati
rifiutati nei centri italiani in quanto considerati casi chirurgicamente
molto complessi oppure per aver passato i «limiti di età».
Gli stessi, però,
generalmente tornano a casa con un fegato nuovo. Veda, i chirurghi trapiantatori
di fegato italiani hanno, arbitrariamente, posto un limite di età,
di 65 anni, alla trapiantabilità. Personalmente non condivido questa
decisione
perché il trapianto di fegato è una procedura salva-vita e come
tale
il suo diniego equivale ad una sentenza capitale. Un altro aspetto su cui
io
non mi sento di poter dare una risposta esatta è relativo al valore
della vita.
Mi spiego meglio. Secondo me nessun chirurgo trapiantatore al mondo
può essere investito del potere di stabilire se la vita di un sessantacinquenne
valga di più o di meno di quella, ad esempio, di un quarantacinquenne.
L’età anagrafica è un fatto, e non sempre coincide con
quella biologica;
un’altra importante constatazione è che la vita media si è
allungata.
Pertanto, secondo me, non è certo che il contributo alla società,
in senso
lato, sia maggiore per un cinquantenne rispetto a quello di un sessantenne.
Questo concetto diventa ancora più stridente quando il limite di età
viene superato per pochi mesi.